lunedì, 23 novembre 2009
«La dimora unica» di Sandro Dell'OrcoLa dimora unica di Sandro Dell'Orco, pièce teatrale in tre scene da poco edita per i tipi di Manni, rientra di diritto in quella indefinibile ma necessaria terza categoria della mia bibliografia beckettiana composta da quei testi che non sono né di Beckett né su Beckett ma che con Beckett hanno molto, moltissimo, a che fare.
Si affianca, ad esempio, ai racconti di Osvaldo Guerrieri (L'ultimo nastro di Beckett, Aliberti, 2004) e ancor di più a Wordstar(s) di Vitaliano Trevisan (Sironi, 2004). Ma se questi due testi raccontavano (il primo) e mettevano in scena (il secondo) Beckett come personaggio, La dimora unica porta sul palco due personaggi che si rivelano beckettiani fin dentro il midollo.
Arturo e Sergio, questi i nomi, uguali nel vestire, il primo più anziano del secondo, si ritrovano chiusi in una stanza spoglia. Eccettuato il fugace incontro con un personaggio femminile tutta la tensione drammatica si snoda attraverso i gangli del dialogo, nel confronto-scontro tra i due, nel basso continuo dei temi ora altisonanti ora futili che la coppia affronta nella conversazione.
Pur giocando spesso su registri in contrasto (dal lessico filosofico si passa repentinamente a espressioni volgari, e viceversa) la lingua è lontana dall'oralità, coscientemente letteraria (come sempre in Dell'Orco, del resto, di cui ricordo qui almeno il romanzo Delfi pubblicato due anni fa da Hacca). È senza dubbio un "teatro di parola" quello proposto dal testo, assai distante (sebbene non del tutto separato) dal "teatro di regia" oggi presente sulla maggior parte dei palcoscenici.
Ma non voglio insistere in un'analisi troppo approfondita del testo in senso lato (anche se ho avuto l'impressione che stavolta Dell'Orco abbia giocato più sulla forma andando a indebolire la carica allegorica dei contenuti, che risuona più forte nei suoi precedenti romanzi): da curatore di www.samuelbeckett.it preferisco commentare La dimora unica dal punto di vista strettamente beckettiano.
Ebbene, la pièce di Dell'Orco è una sorta di arabesco delle opere dell'Irlandese, una specie di matrioska godottiana dove ogni riferimento al teatro di Beckett ne nasconde un altro, e così via.
Due i grandi capolavori che Dell'Orco sembra aver tenuto sulla scrivania durante la stesura della sua pièce: Aspettando Godot e Finale di Partita (a cui aggiungerei, forse, Giorni Felici, per certe allusioni alla possibilità, vagheggiata dai personaggi, di suicidarsi - allusione che, del resto, è già un rimando interno beckettiano, visto che compare in entrambi i capolavori poc'anzi citati - e un testo che non è di Beckett ma che pure mi sembra di sentire risuonare ogni tanto tra le pagine: Porta chiusa di Sartre).
Il rapporto tra Arturo e Sergio (forse padre e figlio, come Hamm e Clov), la casa bunker in cui si svolge l'azione, la catastrofe che la circonda, l'umanità forse estinta, sono chiari omaggi a Finale di partita. Ma è la struttura dei dialoghi a incollare immediatamente le pagine de La dimora unica ad Aspettando Godot (e più ancora, direi, al romanzo Mercier e Camier che del Godot rappresenta l'acerba e leggera prova d'orchestra).
Al lettore appassionato dell'opera di Samuel Beckett consiglio di leggere La dimora unica come una caccia al tesoro alla ricerca delle numerose tracce beckettiane disseminate nel testo (non sarà una ricerca difficile). Se poi questa caccia al tesoro divertirà o annoierà, questo solo ogni singolo lettore beckettiano potrà dirlo.

Sandro Dell'Orco, «La dimora unica» (introduzione di Francesco Muzzioli, prefazione di Riccardo Reim - Manni, 2009, pagg. 114, €14,00)
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categoria:testi, nelle parole degli altri
giovedì, 12 novembre 2009
«Assunzione» di Samuel Beckett, Via del Vento Editore, 2009Tocca spesso alle piccole case editrici sbrigare il lavoro "ingrato" di portare alla luce testi minori di autori i cui classici sono pubblicati da altri. Per il nostro Beckett è il caso, recente, del suo primo racconto in assoluto, Assunzione, fino ad ora inedito in Italia e oggi dato alle stampe dalla casa editrice Via Del Vento (Pistoia) la cui collana Ocra Gialla è dedicata proprio a testi inediti e rari del Novecento.

Curato e tradotto da Francesco Cappellini, con una preziosa postfazione di Gabriele Frasca, il volumetto, nelle sue belle pagine di carta vergatina, ci offre la prima prova narrativa beckettiana di cui si abbia traccia, un'allegoria sul tema dell'arte e della catarsi (quel «romanticismo tedesco che Beckett non avrebbe mai rimosso del tutto dalla sua opera» notano C.J. Ackerley e S. Gontarski nella loro Grove Companion To Samuel Beckett del 2004).


Sia chiaro, un testo di importanza più storica che artistica. Parliamo di un Beckett ventitreenne, e nonostante questo già arruolato da Joyce per far parte della casta di esegeti della sua Finnegans Wake ancora in progress, totalmente soggiogato dal fascino  di Mr. Ulysses, ambizioso e - all'epoca - velleitario suo imitatore, narratore acerbo ma saggista già incredibilmente precoce e brillante. Assunzione è il primo vagito di quello scrittore che sarebbe venuto fuori compiutamente modernista solo in Murphy e che quel modernismo avrebbe superato, doppiato, polverizzato (è il caso di dirlo) nelle superbe prove silenti dei capolavori della maturità.


Più interessante di Assunzione, semmai, è il secondo racconto che completa il volume. Quasi un'oasi di lucidità nei caotici anni delle prose erudite del giovane Beckett: Un caso su mille (anche questo tradotto per la prima volta in italiano) è un racconto sinistro dai dialoghi puliti che ruota intorno a una vicenda medica realmente accaduta (una reminiscenza degli anni in cui l'adolescente Beckett frequentava la Royal Portora School) dai forti connotati psicoanalitici.


Proprio questo aspetto, visceralmente affondato nelle criticità mentali del Beckett degli anni Trenta (la psicoterapia con il futuro luminare Bion, il rapporto amore-odio con la madre) rende Un caso su mille un reperto di valore nell'archeologia beckettiana.



Samuel Beckett, «Assunzione» (Via del Vento Editore, 2009, pagg. 36, €4,00)
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categoria:testi
mercoledì, 11 novembre 2009

Massimo Puliani, docente di regia al DAMS di Bologna e all'Accademia di Belle Arti di Macerata, nonché regista teatrale egli stesso (una nota biografica completa qui) mi segnala la pubblicazione sul suo blog di una recensione del Krapp messo in scena da Wilson. La riporto integralmente. Si tratta di un punto di vista assai distante da quello di Antonio Borriello, che avevo riportato qui, e dunque - mi auguro - foriero di un dibattito sull'allestimento in questione. I commenti di tutti sono bene accetti. FP


Wilson - per dirla con Franco Quadri - giunto “all'inevitabile termine” della pièce multimediale, ha presentato al Festival di Spoleto due allestimenti:
Credo che si possa dire in merito che il suo KRAPP è già nella Storia del Teatro!!!
Impeccabile, memorabile, poetica ...interpretazione! Non capitava dai tempi di "Hamlet a monologue" vederlo in scena. Da solo. Identità sdoppiata/unita con il protagonista. Una presenza in scena che racconta il suo mondo, la sua estetica, la sua poetica. Wilson/Krapp è commovente e grottesco al tempo stesso. Vive nella sua tana multimediale. Non quella di Beckett, ma di Wilson! Essenziale e rigorosa. Una geometria di luci e segni che si commista ai gesti e alle voci del protagonista.
Forma e contenuto. Incubo e realtà. Passato e presente. Pianto e risata. Il senso tragico di Beckett è il senso tragico di Wilson. Il suo fisico ingrassato dal tempo lo segna ancor di più. Capelli tinti e faccia bianca che ricorda una maschera orientale. La matita nera che lo segna come un personaggio da film muto. E balla come in film antico. Ripete le gesta e azioni. Con gridolini e meticolose operazioni performative con il magnetofono che scandisce il tempo e la storia di Krapp/Wilson.

Replay per Winnie/Adriana Asti: Impeccabile , memorabile, essenziale.... interpretazione!

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categoria:teatro
mercoledì, 04 novembre 2009
Aspettando Godot di Lorenzo Loris con Mario Sala e Gigio Alberti
«Chissà perché parla come Stanlio?», si è chiesto ieri, a un certo punto, uno degli spettatori in sala, (alla prima di Aspettando Godot per la regia di Lorenzo Loris, in scena al Teatro India di Roma fino all'8 novembre 2009) riferendosi alla voce di Estragone (il bravo Mario Sala). Si può partire da qui per raccontare come Loris abbia costruito la sua riuscitissima messinscena «dentro le regole che Beckett impone». Il beckettiano accanito sa che l'Irlandese era un grande appassionato dei film comici di Laurel & Hardy. E allora nulla di strano se sentiamo uno dei protagonisti parlare come Stanlio (e gli spettatori più attenti avranno notato come Gigio Alberti - che sicuramente non ha il fisico di Ollio - abbia impersonato il suo ruspante Vladimiro donando a certi impercettibili movimenti delle mani, a piccole sfumature nella camminata, le movenze del poderoso attore americano).

Ecco dunque come reinterpretare senza stravolgere, come pescare nella vasta biografia beckettiana elementi secondari per metterli, in totale plausibilità filologica, al servizio del testo (qui proposto nella ancora inossidabile traduzione di Carlo Fruttero).
Tolta qualche sbavatura (le immagini proiettate sullo sfondo, di per sé anche suggestive, ma che nulla aggiungono - e fortunatamente nulla tolgono - a una regia che altrimenti sarebbe stata senza macchia), il lavoro di Loris è di una pulizia mirabile. Il regista - dimostrando di conoscere bene come "funzionano" i testi di Beckett - lavora soprattutto sul ritmo, accelera, rallenta, ci offre un Pozzo (Giorgio Minneci) più vigoroso di come lo propongono altri e soprattutto - evviva - non pasticcia con lo splendido monologo di Lucky (Alessandro Tedeschi, che si becca, meritato, un applauso a scena aperta).
In tanti anni di Godot che ho visto a teatro mi sono dovuto sorbire il Lucky-pensiero in non so quante salse: in napoletano, in lingue inventate, rumorizzato, fischiettato, riscritto da zero. Poi quando finalmente lo ascolti in originale ti rendi conto che è già perfetto così.
Dopotutto, sia il beckettiano malato come me sia, presumo, lo spettatore di passaggio non chiedono altro che vedere un sano Aspettando Godot come Beckett comanda. Ed è questo quello che ci ha dato Lorenzo Loris ieri sera.


«Aspettando Godot» (una produzione Teatro Out Off), regia di Lorenzo Loris, traduzione di Carlo Fruttero, con Gigio Alberti, Mario Sala, Giorgio Minneci, Alessandro Tedeschi, Davide Giacometti.

Teatro India, Roma, dal 3 all'8 novembre 2009.
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categoria:teatro
martedì, 03 novembre 2009
Antonio Borriello, studioso e interprete beckettiano (ricordiamo, tra le altre cose, il suo Krapp e il suo testo «Samuel Beckett. Krapp's Last Tape. Dalla pagina alla messinscena», Edizioni Scientifiche Italiane, 1992 - un'approfondita nota biografica qui) mi invia una sua recensione dell'ultimo Krapp portato in scena da Bob Wilson. La pubblico integralmente. FP


La messinscena de L’ultimo nastro di Krapp di Robert Wilson, vista al Mercadante di Napoli, non “c’azzecca” assolutamente niente con Samuel Beckett. È tutt’altra cosa. Ne ho viste di rappresentazioni distanti, ma un testo così interamente stravolto, nel modo più gratuito tradendo i contenuti di una delle più intense e suggestive pièces del grande dubliner di Parigi, mai. Lo spettacolo dello straordinario regista di Einstein on the beach già prima dell’apertura del sipario preannuncia delle inspiegabili sorprese. Infatti, sotto un fascio di luce alla ribalta c’è un non chiaro e robusto plico di fogli o chissà. Al levar della tela il pubblico è assalito da fulmini, saette e fragorosi tuoni e contestualmente da un crescente scroscio di pioggia. Estranea e incomprensibile aggiunta che è sottolineata anche da effetti illuminotecnici e che andrà avanti per quasi tutto lo spettacolo! La scenografia, priva di fughe, rimanda ad uno spazio che rievoca un garage, visto che in alto ha una sequenza di lucernari a forma rettangolare e sul fondale una grossa grata-saracinesca. Ci sono due uscite: una dietro la grata e l’altra è indicata da una forte luce sulla quinta di destra. Ai lati grossi banconi coperti da scatole e altro. Niente di quanto descritto è previsto nel testo di Beckett. Al centro della scena una scrivania con sei cassetti, tre a destra e tre a sinistra, rivolti al pubblico (in Beckett un piccolo tavolo solo con due cassetti). La lampada, che dovrebbe illuminare il piano e l’attore, spesso si accende e si spegne. Come del resto i lucernari, a volte la luminosità è alta, altre bassa. Il costume: un ampio pantalone con pieghe regolari. Camicia e giubbotto ordinati, sgargianti calzini rossi vermiglio e pantofole: perfetto contrario in Krapp’s Last Tape. Il trucco rimanda ad un giovane Harry Langdon: faccia e mani bianche, lucidi capelli ben pettinati con tanto di piega a lato. La postura è attiva ed energica, altro che vecchio sfatto come indica Beckett. Il gesto, i movimenti e le azioni, a tratti robotizzati, sovente accennano e rinviano a inaccettabili passi di danza, con sculettamenti verso il pubblico! La recitazione è mescolata da miagolii amplificati da effetti sonori che si confondono con il registrato delle bobine. Tantissimi i rumori fuori scena, da un frequente scampanio a tonfi e sparate di decibel, in particolare quando Krapp-Wilson estrae e sbuccia la banana, impugnandola a mo’ di pistola verso il pubblico. In quel momento lo scroscio della pioggia fa rimpiangere i concerti heavy metal. Una vera mitragliata. La traduzione in italiano che scorre in alto sull’arlecchino è priva delle dettagliate e rigorose didascalie, nonché delle pause e i silenzi voluti da Beckett. Inoltre rivela molteplici tagli e inesattezze per quanto riguarda i segni di interpunzione. Gravissime omissioni. Quanto in sintesi descritto è in assoluta contraddizione con l’opera dell’Autore. Con Krapp, Beckett scrive (e mette in scena) un testo denso di poesia, di amore e di voglia di vivere, anche se… “la Terra potrebbe essere disabitata”. Un testo colmo di tanti rinvii alla Bibbia, alla Cabala, al manicheismo, al mistero dei Numeri. Un’opera di pochissime pagine di cui la stragrande maggioranza sono ferree consegne per l’interprete, lo scenografo, il costumista e i tecnici delle luci e del suono. Uno scritto minuzioso, perfetto come uno spartito musicale. In proposito, consiglio di leggere quanto ha riportato Deidre Bair in Samuel Beckett. Una biografia (trad. it. Garzanti, 1990, pp. 573-574). La studiosa nel suo ponderoso studio scrive che “secondo Beckett, il miglior spettacolo teatrale è quello in cui non vi sono attori o registi, ma soltanto l’opera. Interrogato sul modo di rendere possibile un simile teatro, Beckett ha risposto che l’autore ha il dovere di cercare l’attore migliore, cioè quello che esegue alla perfezione le sue istruzioni e che ha la capacità di annullarsi completamente nell’opera”. Ed è indispensabile questo stato fisico e psicologico per interpretare Beckett. Sempre nel testo della Bair si ribadisce il concetto di una condizione ancora più estrema voluta da Beckett: “La miglior opera teatrale possibile è quella in cui non ci sono attori, ma soltanto il testo. Sto cercando il modo di scriverne una”. Lo farà con Non io, in cui il corpo dell’attore è inesistente, ridotto ad una Bocca. Ebbene, tutto questo non è neanche minimamente apparso dallo spettacolo di Wilson. Uno straordinario performer, eccezionale artista, ma con Beckett, in questo spettacolo, non ho visto alcuna affinità. Anche se nella “fotocopia” distribuita in guisa di programma di sala l’americano scrive che “quando dirigo uno spettacolo creo una struttura nel tempo. Solo nel momento in cui tutti gli elementi visivi sono al loro posto viene creata una cornice che gli attori devono riempire. Se la struttura è solida, allora si può essere liberi al suo interno. In questo caso la struttura è data per la maggior parte dal testo e spetta a me trovare la mia libertà all’interno della struttura di Beckett”. Ed ancora, sempre nella “fotocopia”, nella sinossi si legge che per Krapp “è il settantesimo compleanno”: un errore gravissimo. È il 69novesimo. Un numero preciso e denso di significati in questa pièce. A mio convinto avviso al Mercadante non ho visto nulla di Beckett, di Krapp. Intanto, il pubblico ha applaudito e le recisioni hanno riportato qua e là nei quotidiani partenopei quanto letto nella “fotocopia” con accenni di consensi. Ebbene, personalmente desidero dissentire, ovviamente con motivi e ragioni e l’ho fatto anche alla fine dello spettacolo. In generale una lettura personale di una pièce, che dia conto della traduzione, della lingua, del suono, della cultura, dei gusti dell'interprete può andare bene anche una rivisitazione, penso alla drammaturgia classica di Shakespeare, Molière, Brecht, ma per le opere beckettiane il discorso muta radicalmente. La fedeltà al testo deve svelarsi in una sorta di felice consustanziazione scenica. Ricordo che Beckett stesso, in alcuni casi, ha imposto la sospensione di messinscene estranee alle sue indicazioni. Non a caso Beckett passa alla realizzazione delle sue opere, proprio come i grandi Euripide e Shakespeare, Pirandello ed Eduardo. Le minuziose e lunghe didascalie beckettiane sono poi un ulteriore testo drammaturgico. O meglio sono il testo stesso. Vedi quelle maniacali di Krapp, colme di suggerimenti spazio-temporali, nonché di precise attenzioni al costume, al trucco, agli oggetti (tanti), ai gesti (tanti e precisissimi), al battito o meno di ciglia. E allora non sarebbe più corretto scrivere su manifesti e quant’altro che si tratta di un adattamento o una riduzione?
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categoria:teatro
lunedì, 26 ottobre 2009
Chiaramente sono di parte, perché ho partecipato alla realizzazione dello spettacolo in qualità di "consulente letterario" (anche se io preferisco pensare di essere stato un "consulente beckettiano"), ma credetemi quando vi dico che Rockabeckett III è quanto di meglio possa augurarsi di vedere oggi in teatro in Italia chi conosce e ama l'opera dell'Irlandese.

La prima si è tenuta ieri al Teatro Spazio MIL di Sesto San Giovanni (si replicherà nei prossimi mesi a Lodi e a Bologna e ne verrà data notizia su questo blog). Il regista Fabio Francione non solo ha lavorato sui testi con il rispetto e l'amore che l'opera di Beckett richiede, ma è anche riuscito a collezionare un cast d'eccezione e a proporlo nella forma multimediale tanto cara all'autore.

Si parte dunque con un video (prodotto in esclusiva per lo spettacolo) in cui un Camilleri sornione recita come meglio non potrebbe il celebre monologo di Hamm di Finale di Partita (e chi meglio del papà di Montalbano potrebbe, visto che è stato lui a portare in scena per la prima volta in Italia l'endgame beckettiano).


Si prosegue con una trasposizione teatrale di Di' Joe, con lo zoom della telecamera sostituito - chapeau Francione! - da un'efficacissima sequenza di spot luminosi sempre più stretti sul volto del protagonista (il bravo Luciano Pagetti, perfettamente adattato alla neutralità e al rigore che la macchina beckettiana richiede) e soprattutto con la voce fuori campo di Giulia Lazzarini (l'indimenticata Winnie dei Giorni Felici diretti da Strehler), che in questa registrazione audio ancora una volta registrata ad hoc per lo spettacolo ci regala una performance da brivido.


Terza parte, Qual è la parola, il testamento poetico dell'Irlandese (in tutti i sensi: scritto e autotradotto dal francese all'inglese sul letto di morte), recitato fuori campo da Gabriele Frasca, per antonomasia il traduttore del Beckett poeta (e non solo).


Chiude una performance "solista" di Pagetti, ancora in scena per una vera prova d'attore, il glaciale soliloquio di Un pezzo di monologo che non lascia vie d'uscita all'interprete se non quella di abbandonarsi, voce nel buio, a questa geometrica meditazione sulla nascita e sulla morte. E Pagetti ne esce senza macchia.

C'è tanto Beckett nei teatri in Italia in questo periodo. Andate a vedere tutto. Ma non lasciatevi sfuggire i prossimi appuntamenti con Rockabeckett III. Una piccola produzione piena di valore.
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categoria:eventi, teatro
giovedì, 08 ottobre 2009
Lodi Città Film Festival presenta

Rockabeckett - Rapide e lente amnesie III
due “pezzi”, un prologo e un anti-prologo di Samuel Beckett

con Luciano Pagetti
le voci di Giulia Lazzarini e Gabriele Frasca
e la partecipazione in video di Andrea Camilleri

Regia, scene e luci: Fabio Francione

Consulente letterario: Federico Platania (www.samuelbeckett.it)

Meccanico del suono e registrazioni: Enrico Balconi
Tecnico luci: Peter Bassi
Riprese video: Gabriele e Piero Spila
Il terzo appuntamento con Rockabeckett, la serie di eventi curati da Lodi Città Film Festival e dedicati al grande Irlandese (di cui ricorre quest'anno il ventennale della morte), è ospitato dalla Festa del Teatro di Milano (23-25 ottobre 2009)
Questa volta è un’inquadratura fissa sul mondo delle "penultime cose" di Samuel Beckett, oggetto di incessanti riflessioni fino all’estremo scritto poetico «Qual è la parola» (qui parlato da Gabriele Frasca, poeta e traduttore); la presenza poi di Andrea Camilleri e di Giulia Lazzarini, oltre all'originalità della produzione consentono di non dimenticare la grande tradizione del teatro beckettiano realizzato in Italia. Camilleri fu il primo a mettere in scena «Finale di partita» (a lui il compito d’aprire con l’orazione di Hamm “Uno! Silenzio!”), mentre tutti ricordano i «Giorni Felici» strehleriani con la Lazzarini superba Winnie. Luciano Pagetti per il volto e il fisico ricorda il Klaus Herm protagonista di «Eh Joe!» insieme a Billie Whitelaw sul finire degli anni ottanta (la Lazzarini racconta di aver visto proprio a Londra una versione teatrale dell'opera).
La regia seguirà scrupolosamente e con rigore le indicazioni dei testi; anche «Di Joe» avrà la stessa scansione temporale della pièce televisiva con le luci a disegnare il movimento in avanti della telecamera come fosse un obiettivo dal vivo e non registrato.

Spazio Mil, Sesto San Giovanni, Milano, Via Granelli  (MM1, linee 14, 727)
Sala Teatro - Domenica 25 ottobre 2009, ore 21


Fai click qui per scaricare il flyer in PDF
postato da: FedericoP alle ore 20:35 | Permalink | commenti
categoria:eventi, teatro
martedì, 22 settembre 2009
In occasione di TeatriAperti 2009 Murmuris | Teatro mette in scena Compagnia, la prosa breve che Samuel Beckett scrisse tra il 1977 e il 1979. In scena, il 26 settembre al Teatro Everest di Firenze, Luisa Bosi, Francesco Migliorini, Jelena Skuletic e Laura Croce che firma anche la regia dello spettacolo.

Compagnia di Murmuris Teatro
Voci nel buio di incerta provenienza stanano le immagini di un vecchio, rievocano la sua infanzia, e soprattutto giocano in maniera quasi perversa con l’ascoltatore gettandolo nel cuore di un continuo gioco di specchi, di ribaltamenti di prospettiva. Manca sempre qualcosa nel mondo di Beckett. Manca la luce, la possibilità di andare via o di restare. Manca il corpo, in questo caso. Solo voce, a riempire di suono, a fare, appunto, compagnia. Non è mai chiaro se il protagonista sia la voce oppure chi ascolta e sta a cavallo del buio, né fuori, né dentro. Di certo la voce è diretta a un ascoltatore anonimo, ma concreto, che forse origlia nel buio una comunicazione a lui non destinata.

26 settembre 2009 ore 21.00 - Teatro Everest - Via Volterrana 4/b, Firenze - Prenotazione obbligatoria. Ingresso con TeatriCard 7 euro, acquistabile anche presso la biglietteria.
Per informazioni: info@murmuris.it
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categoria:teatro
venerdì, 11 settembre 2009
Pat Magee reads "How It Is" by Samuel BeckettPat Magee reads "How It Is" by Samuel Beckett

In questo file audio piuttosto raro l'attore irlandese Patrick Magee legge un frammento del romanzo Come è. La registrazione non fa parte del cofanetto di 4 CD con la serie completa di "trasmissioni beckettiane" prodotta dalla BBC nel 1957. Il file, della durata di 5 minuti e rotti, proviene da un 45 giri prodotto dalla J&B Recordings nel 1972. Si tratta, con tutta probabilità, di un gadget ante-litteram chel'editore John Calder donò ai suoi lettori.


Buon ascolto.

E soprattutto grazie a Continuo per aver riesumato questa chicca.
postato da: FedericoP alle ore 20:56 | Permalink | commenti
categoria:web
sabato, 05 settembre 2009
Vi segnalo questo cortometraggio di Antonio Meucci, filmmaker di Pisa, classe 1971, realizzato tra il 1995 e il 1998. L'autore dichiara di aver avuto l'ispirazione del suo Quadrilogia del moto verticale dopo aver visto Film di Samuel Beckett.

"Quadrilogia del moto verticale" di Antonio Meucci
Fate click sull'immagine per vedere il cortometraggio. Buona visione.
postato da: FedericoP alle ore 22:22 | Permalink | commenti
categoria:progetti